Che succede in inverno? Il trail

C’è una forza motrice più forte del vapore, dell’elettricità e dell’energia atomica: la volontà.

Le nuotate in acque libere, le lunghe uscite in bici e le corse all’alba quando ancora si sta bene sono ormai un lontano ricordo.
Il triatleta però non demorde, e sa che come le gomme della macchina, può avere quattro stagioni.

Ed ecco che arriva la corsa più bella di tutte.
Bella, sì, ma non facile.

La peculiarità del triatleta, però, è proprio il mettersi in gioco, il rischiare, lo spingersi oltre i limiti.
Per cui, perché no, iscriviamoci a un trail, senza averne mai preparato uno e senza tabella, perché il coach non vuole altrimenti mi faccio male (e mi farò sicuramente molto male).

E fu così che mi iscrissi al famigerato Scaldagambe.
“Che buffo nome”, dico al mio compagno di merende, razionale anche lui come quando ti mettono davanti un tiramisu poco dopo aver detto che da oggi sei a dieta.
“Vedrai, capirai subito il motivo”.

Partiamo la domenica mattina belli baldanzosi, già vestiti di tutto punto, con lo zaino per la doccia e pronti ad attraversare i boschi.
Il viaggio dura più di un’ora, per cui con la complicità del caldo della macchina, ci togliamo giacca e sciarpa e quasi sembra che non sia l’8 gennaio.

Però l’8 gennaio invece è lì che ci aspetta e, arrivati al parcheggio, la realtà ci investe con tutta la sua forza.
Apriamo le portiere perplessi, vedendo la gente intorno a noi piuttosto infreddolita, un fumo spesso si leva dall’abitacolo come quando aprono le celle frigorifere delle macellerie industriali.

Si chiama Scaldagambe perché alla partenza ci sono minimo minimo -9 gradi. Ma noi siamo triatleti, nulla ci può fermare!

Raggiungiamo il luogo del ritiro del pacco gara, sempre meno convinti della nostra impresa, ma non osiamo dircelo, quindi è tutto un pacche sulle spalle e un “dai che oggi ci si diverte”.

Il mio amico si accorge di aver dimenticato lo scalda collo, ma il dramma viene sviato subito dato che io ne ho portati circa 35 di tutte le misure e pesantezze.

Ultimo round pipì come se dovessimo partire per il cammino di Santiago senza nemmeno un bagno chimico a bordo strada, e ci avviamo verso la partenza.

Dovete sapere che il clima nei trail è sempre molto cameratesco, si va tutti d’accordo, poca competitività perché i primi davanti sono inarrivabili, e ci si sente tutti amici.
Allo Scaldagambe, quel giorno, eravamo addirittura amanti, 500 persone tutte abbracciate alla partenza per cercare di non congelare.

Arriva il momento: pronti? Via!
Saluto il mio amico che corre come una capra orobica e gli do appuntamento al traguardo, e piano piano inizia il mio primo trail.

Nel primo chilometro di qualsiasi gara di corsa, strada o off road che sia, ci sentiamo tutti Eliud.
La lotta al primo segmento su Strava è all’ultimo sangue, si parte con il coltello tra i denti e si ha la certezza di resistere fino alla fine a quel ritmo.
L’adrenalina lascia però presto spazio alla morte imminente, e già al secondo chilometro tocca assestarsi su un ritmo realistico che ci permetta il raggiungimento del traguardo.

E quindi io già al secondo chilometro sono in fondo da sola con le scope.

Inizialmente cerco di darmi un tono, proseguo spedita che tanto loro stanno camminando e spero non mi raggiungano.

Al terzo chilometro inizia la prima salita e sono costretta a rallentare il passo, e al quarto chilometro mi raggiungono.
Decido allora di fare amicizia, e per i successivi 10km la scopa Ernesto mi racconta tutte le sue avventure.

I chilometri passano, e tra i consigli di Ernesto e le chiacchiere piacevoli, in qualche modo, intravedo la speranza di arrivare alla fine.

Ma ecco il plot twist di tutte le storie che si vorrebbe fossero a lieto fine, il personaggio cattivo, il Despicable Me della situazione.

Il vecchietto dietro di me.

Beh, la buona notizia è che non sono davvero ultima.
La brutta notizia è che il vecchietto arriva a grandi passi nella mia direzione, accompagnato anche lui da due scope.

La lotta inizia a farsi serrata, io lo sorpasso in salita e lui mi sorpassa in discesa.
Scopa Ernesto fa del suo meglio per aiutarmi e ben presto anche le scope del vecchietto iniziano a fare lo stesso con lui.
A quel punto stringiamo un patto: l’ultimo arrivato avrebbe pagato da bere a tutte le scope.

Io ed Ernesto, sicuri della nostra supremazia, cerchiamo di non dare a vedere la pressione, d’altronde la posta in gioco è altissima, e con un testa a testa con il vecchietto arriviamo all’ultimo chilometro.

E qui signori è storia: con una maestria degna solo delle camminatrici sportive, alternando passi svelti a qualche accenno di jogging, taglio il traguardo e…non sono ultima!!

Ah già, il mio amico, eccolo lì al traguardo che mi aspetta!

“Ciao amico, com’è andata?”
“Bene, mentre ti aspettavo ho fatto in tempo a fare la doccia, mangiare, fare un pisolino e tornare con calma al traguardo.”

Con certi amici, chi ha bisogno di nemici?
Menomale che c’era Scopa Ernesto!

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