Il terzo allenamento: corsa

Vincere non è sorpassare gli altri.
È superare se stessi.

Se inizi anche a correre puoi fare triathlon!
Mi dissero.
Pensai subito a Giochi Senza Frontiere e mi immaginai a cercare di risalire tappeti di gomma bagnati e cadere nelle pozze di fango.
Beh, a conti fatti il triathlon vero non è molto diverso.

Cerchiamolo su Google questo “triatlon”.
Ah ma si scrive con l’h, triatHlon, e si pronuncia “saluta per sempre la tua salute mentale”.

Il fidato Google restituì immediatamente immagini di gare Ironman.
Quelle dove la gente parte alle 6 della mattina e fa di tutto per arrivare prima che faccia buio (del giorno stesso, ma qualcuno anche del giorno dopo).
Molto bene, se il triathlon è questo, voi siete tutti pazzi. Spengo il computer e vado immediatamente a iscrivermi a Zumba.

Cercando meglio scoprii poi che si tratta di qualcosa che prevede di nuotare, poi pedalare, poi correre, senza fermarsi, e ci sono distanze anche più umane dell’Ironman.

Una lucina si accese nella mia mente, una lucina che fu poi causa di tutte le mie avventure, una lucina che accecò completamente la mia ragione e decisi…

LO VOGLIO FARE.

E quindi iniziai anche a correre.
Sì beh, è un parolone.
Cominciai con il comprare le scarpe da corsa, dato che a chiunque chiedessi mi veniva risposto “LE SCARPEH LE SCARPEH” prima ancora di qualsiasi altra questione.
Andai allora nel solito noto marchio di aggeggi sportivi per tutte le tasche e comprai le scarpe. Quelle sbagliate.
Dai su, lo facciamo tutti all’inizio questo errore.

Armata dalle migliori intenzioni, un pomeriggio di fine inverno/inizio primavera, quel periodo in cui senti le speranze crescere in te, le stesse che poi ti abbandoneranno a inizio estate, mi misi le scarpe sbagliate e uscii.
Avevo installato un’app che prometteva di portarmi dal divano a correre 5 km, misi le cuffie e feci partire la vocina, pensando: “cara mia, voglio proprio vedere ora come fai a trascinarmi lontano dalla pesantezza del mio sedere”.

Passarono le settimane e io ancora non capivo come potesse fare questa app a portarmi a correre 5 km, forse in braccio o trainata su un carrellino da qualcuno che effettivamente corresse.

Poi arrivò il fatidico giorno, l’app non prevedeva più di alternare corsa e camminata, ma di correre di fila 5 km.
Come ci ero arrivata? Oh cielo, ce l’avevo fatta? Stai calma, non ti emozionare, da qui alla fine dell’allenamento potrebbe succederti di tutto, metti che incontri una gelateria aperta.

Negli istanti prima di premere su “Inizia allenamento” mi passò davanti tutta la strada che avevo fatto, le scarpe sbagliate e la commessa che volevo far licenziare, le scarpe giuste ma di un numero più piccolo (oh ragazzi è un lavoro comprare attrezzature sportive), tutte le magliette colorate taglia “ma dove vai, stattene a casa”, i pantaloncini copri ceretta saltata anche questo mese.

E niente, ero emozionatissima, “metti che davvero ora corro questi 5 km”, distanza maratona se si pensa che poche settimane prima prendevo d’abitudine la macchina anche per andare dal bagno al balcone a stendere i panni.

Quindi, ok, partiamo.
L’app diceva “3, 2, 1…GO!”
E io GO!

I minuti passavano veloci, e ancora stentavo a credere che quelle gambette cicciottelle potessero fare tanto sforzo, eppure andavo liscia come la panna sul cono nocciola e pistacchio.
Confermai a me stessa in quel momento la necessità di prestare cura a un altro accessorio essenziale, il reggiseno sportivo, ma lasciamo questo capitolo a un altro momento.

E insomma ero quasi a metà allenamento, commossa e un po’ incredula, guardavo le camminatrici che incontravo già con una certa altezzosità, pensando “chissà se tra runner ci si saluta”.
Visualizzavo traguardi di maratone, di ultra maratone, che nemmeno sapevo ancora esistessero, ma io nel mio delirio di nuova runner pregustavo già anche quelle.

E così come era iniziato, il mio allenamento finì, 3,2,1…STOP.

Non vedevo l’ora di controllare i dati, scoprire quanto tempo ci avevo messo, a quanto avevo corso, pur non avendo alcuna idea di quale fosse un’andatura corretta.

Ed eccolo lì, il numerino 5. Avevo fatto 5 km di corsa continua.
Andatura “mi avvalgo della facoltà di non rispondere”.
Ma avevo gettato le basi per l’ultimo tassello, la terza disciplina, quella che mi avrebbe fatto diventare una triathleta.

Inutile dire che mi sbagliavo di grosso, per essere triathleti serviva ancora molto, moltissimo altro.
Ma io avevo la determinazione, il fuoco dentro, una sensazione nello stomaco insistente e decisa… AVEVO FAME.

E l’avrei avuta ancora per molto tempo!

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